Sembrava un mattino così sereno...

Brexit: perché gli inglesi l’hanno voluta e cosa comporta

12 settembre | Stephanie Tan

Prima di quello sciagurato 23 giugno 2016, quando gli inglesi votarono inaspettatamente a favore della Brexit, molti assumevano che, nel caso fossero usciti dall’Unione Europea, le spese le avrebbero fatte solo loro.

Così purtroppo non è stato e non sarà. Le ripercussioni del voto si sono sentite e si sentiranno in tutto il mondo, intorbidendo i mercati finanziari e decimando interi patrimoni.

Com’è potuto succedere tutto ciò?

Il governo britannico chiese ai sudditi della Regina di votare su una singola, semplice domanda: “Deve la Gran Bretagna rimanere un membro dell’Unione Europea o abbandonarla?”

Contate che in Inghilterra i referendum sono molto rari: ad oggi ne sono stati tenuti solo 3.

E allora uno potrebbe pensare che, non essendo abituati ad esprimere la loro opinione su questioni così importanti, gli inglesi si siano fatti prendere dall’emozione, gli sia scappata la penna, o siano semplicemente arrivati all’urna impreparati sulle conseguenze di quel che stavano facendo.

Ma la domanda è: perché una decisione del genere è stata messa in mano al popolo?

La scommessa di Cameron

I movimenti anti-europeisti in Gran Bretagna esistono dagli anni Settanta, da prima ancora che l’UE fosse creata. Perciò non stupisce che, a una bella fetta della popolazione inglese, l’entrata nell’Unione non sia mai andata giù.

Nel 2013, per ottenere i voti di questa fetta di elettori alle successive elezioni, l’allora Primo Ministro David Cameron, promise che, se il suo partito (il Partito Conservatore) avesse vinto, gli inglesi avrebbero potuto “dire la loro” sulla posizione da prendere nei confronti dell’UE. Questo, nonostante lui stesso e il suo governo fossero apertamente pro-UE.

L’elezione andò come Cameron sperava e lui, uomo di parola, mantenne la promessa: il referendum si tenne il 23 giugno 2016 e il giorno dopo gli inglesi si svegliarono ex-cittadini europei.

Probabilmente, quando indisse il referendum, Cameron si aspettava una facile vittoria degli europeisti. Quando realizzò la cazzata che aveva fatto era ormai troppo tardi: il “Leave” vinceva con il 51,9% dei voti. Essendo il suo un governo europeista, non poté far altro che dimettersi poco dopo.

Perché la Brexit è stata uno shock per tutti?

Come abbiamo imparato dall’elezione di Trump, gli exit poll e i media spesso prendono delle belle tranvate. Statistici e opinionisti di ogni sorta dipingevano la Brexit come una possibilità remota. Anche i bookmakers, le cui quotazioni a volte contraddicono le probabilità stimate dai poll, la davano come improbabile. Qualcuno ha azzardato che le quotazioni siano state distorte da un piccolo numero di grosse scommesse fatte da sostenitori del “Remain”, che tendono ad essere in media più ricchi di quelli che hanno votato “Leave”. Ecco come mai nessuno si aspettava che questi ultimi vincessero (probabilmente manco loro).

Gli effetti della Brexit

Il panico generato dal voto costò ai mercati quasi 2 mila miliardi di dollari. Sul solo FTSE 100, l’indice della borsa di Londra, 100 miliardi andarono in fumo in 2 giorni. A prenderlo in quel posto più di tutti fu il settore bancario, essendo Londra il centro finanziario più grande al mondo. Allo stesso tempo, la sterlina fu colpita dal peggiore calo degli ultimi 30 anni

Mentre la maggior parte degli inglesi si preparava a tirare la cinghia e la lunghezza delle barrette di cioccolato veniva ridotta, la Brexit si fece sentire anche su chi inglese non era, ed era anche pieno di soldi: la ricchezza combinata degli uomini più ricchi del mondo diminuì di 127 miliardi di dollari nei primi due giorni dopo il voto.

Qualche esempio: Amancio Ortega, proprietario della catena d’abbigliamento Zara e uomo più ricco d’Europa, perse in quei giorni 6 miliardi di dollari. Ma l’onda arrivò anche più lontano, all’altro lato dell’oceano: Bill Gates e Jeff Bezos persero entrambi un totale di 3 miliardi di dollari.

Se da allora i mercati finanziari e la sterlina si sono ripresi, un’aura di incertezza aleggia ancora sull’intera faccenda, dal momento che i negoziati con l’UE per il divorzio sono ancora lunghi: l’uscita non avverrà prima del 2019. E solo il tempo ci dirà se la Brexit sarà “hard”, cioè un’uscita anche dal mercato unico, con la conseguente creazione di dazi doganali e forti limitazioni ai movimenti di merci e persone, o “soft”, in salsa più edulcorata.

Solo quando la direzione sarà chiara capiremo se il peggio sia passato o debba ancora arrivare.

 

 

 

 

 

Scritto da

Stephanie Tan

Penna nomade con un passato nelle pubbliche relazioni e nei media, Stephanie scrive ora di borsa e finanza per voi. Forse la matematica non è il suo forte, ma nessuno la batte quando c’è da investigare sui retroscena delle società quotate, specialmente di quelle hi-tech.
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