Exxon Valdez: come distruggere l’Alaska in una notte

23 giugno | Cristóbal Crespo

Il lunedì, si sa, è solitamente una giornata di merda. Ma consolati: c’è (probabilmente) chi sta peggio di te.

 

Alaska, 23 marzo 1989. La Exxon Valdez, petroliera della Exxon Corporation, sta navigando le acque ghiacciate dello Stretto di Prince William diretta a Long Beach, California.

È mezzanotte, il capitano sta ronfando sottocoperta dopo aver lasciato il governo della nave ad un ufficiale non qualificato. Secondo qualcuno il vecchio ha preso una sbronza, anche se questa voce viene smentita nel processo a cui questa vicenda porterà, due anni dopo.

La nave è quindi in mano a uno sbarbato che non dovrebbe maneggiarla, il quale oltretutto è stanco morto perché, per risparmiare, la compagnia ha tagliato sul personale e i turni sono diventati un inferno.

Ma questo non sarebbe un problema se il ragazzo avesse a disposizione un radar, come su ogni santa nave a questo mondo. E invece non ce l’ha, perché si è rotto un anno prima e la compagnia ha deciso di non aggiustarlo: costa troppo.

Insomma, questi girano per le coste dell’Alaska in piena notte a bordo di una petroliera contenente più di 200 milioni di litri di petrolio senza radar. Un po’ come imboccare una statale a tarda sera con un autoarticolato carico a fari spenti.

Il ragazzo prova ad affidarsi al pilota automatico, ma senza radar… dove vuoi andare? Alle 12:04 la Exxon Valdez centra in pieno una scogliera, riversando in mare almeno 40 milioni di litri di greggio. Un disastro senza precedenti.

A quel punto, siccome le sfighe non arrivano mai da sole, scoppia una tempesta che diffonde il petrolio per oltre 2mila chilometri di costa (tipo due volte la lunghezza dell’Italia). Tutto quel che nuotava tranquillo in quelle acque si ritrova da un momento all’altro invischiato nella melma nera senza via di fuga. I danni sulla fauna marina sono incalcolabili.

Ora capite perché quelli di GreenPeace ce l’hanno a morte con Exxon.

Quasi trent’anni più tardi, gli effetti del disastro si sentono ancora, sia sulla costa dell’Alaska che su Exxon Mobil. Quest’ultima infatti sta ancora pagando le multe e ha speso 3,8 miliardi di dollari per ripulire il macello che ha combinato (più 4,5 miliardi di danni e 2,3 miliardi di interessi).

Quanto alla costa dell’Alaska, pensate che ad oggi è stato rimosso solo il 7% del petrolio versato. L’ecologia e l’economia regionali sono rimaste gravemente danneggiate, con pesca e turismo a farne le spese maggiori.

Dal disastro della Exxon Valdez, le misure di controllo sono migliorate, ma questo non ha impedito il ripetersi di riversamenti anche più gravi, come quello della Deepwater Horizon (lì la compagnia petrolifera era BP).
Ma una storia di merda al giorno è più che sufficiente, questa ce la teniamo per un’altra volta.

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